Uno studio britannico illustra il recupero dell’operatività a fronte di eventi avversi per la filiera alimentare.

I terremoti dello scorso maggio in Emilia, Lombardia e Veneto sono stati una grande tragedia umana, che ha causato 27 morti, 400 feriti e 15.000 sfollati.

Ma l’impatto di questi eventi è stato molto forte anche sul comparto produttivo, ed in particolare su quello agroalimentare: secondo le stime di Coldiretti, i danni superano i 500 milioni di euro sul distretto agroalimentare dove si produce oltre il 10% del Pil agricolo.

Ma come si possono mitigare gli effetti dei disastri nel settore agroalimentare? Esistono metodi specifici per l’adozione di misure di mitigazione e di sistemi di business continuity per queste aziende?

Un interessante studio sulla capacità di recuperare l’operatività a fronte di eventi avversi per la filiera alimentare è “Resilience in the Food Chain: A Study of Business Continuity Management in the Food and Drink Industry”, una pubblicazione del Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs – UK).

Lessons learned

Un mese dopo il grande terremoto ed il successivo tsunami in Giappone, il governo giapponese ha iniziato uno sforzo concertato per proteggere l’industria alimentare: gli esportatori di prodotti alimentari giapponesi hanno un’ottima reputazione come fornitori di prodotti di alta qualità e in molte parti dell’Asia alcuni acquirenti sono disposti a pagare prezzi elevati per ottenerli.

Alla luce del potenziale di contaminazione radioattiva, i governi stranieri hanno imposto restrizioni all’importazione di prodotti alimentari e alcuni esportatori sono tenuti a fornire ai loro clienti un certificato di sicurezza radioattiva. Inoltre, i danni alle infrastrutture, ai trasporti e alle fabbriche hanno tagliato le catene di fornitura, quindi gli importatori alimentari e i ristoranti giapponesi all’estero non sono stati più in grado di approvvigionarsi, con ricadute consistenti sulla loro redditività a lungo termine, poiché non disponevano di fornitori alternativi.

Nel 2011 le inondazioni in Australia hanno generato grandi difficoltà nella distribuzione di prodotti freschi fino a diverse settimane dopo l’alluvione. Le strade e le infrastrutture danneggiate hanno reso impossibile ai grossisti alimentari la continuazione delle attività e alcuni, alla fine, hanno chiuso.

Il piano di business continuity per la filiera alimentare

Per garantire che le imprese possano fronteggiare situazioni del genere, alcune aziende del Regno Unito hanno creato piani di emergenza per affrontare eventi avversi e disastri: i principali assicuratori, le organizzazioni pubbliche critiche e diverse aziende hanno adottato un sistema di gestione della business continuity per garantire che i rischi siano ridotti al minimo e che si possano proseguire le attività in un breve lasso di tempo.

Naturalmente, la pianificazione non comporta alcuna immunità ai problemi: talvolta gli eventi, come in Giappone, sono di una gravità senza precedenti ed imprevedibili nelle valutazioni di rischio. Tuttavia, il piano di business continuity fornisce alle aziende un quadro per essere preparati ad affrontare una serie di eventi imprevisti che possono minacciarne la sostenibilità o l’esistenza: ad esempio, si possono identificare potenziali fornitori alternativi, in modo che la continuità nelle forniture non venga interrotta in caso di calamità naturale.

La pubblicazione del Defra illustra i risultati di uno studio sulla valutazione della resilienza nella filiera alimentare nel Regno Unito, per esaminare la capacità di far fronte agli effetti sistemici di crisi (come le malattie del bestiame, le pandemie o la scarsità di carburante) e di emergenze sito-specifiche (come le calamità naturali). Lo studio verifica lo stato attuale del Business Continuity Management (BCM) ed in particolare l’estensione, gli scopi e i limiti della pianificazione e delle pratiche di continuità operativa per queste aziende.

I risultati dello studio

I risultati di questo studio indicano che:

  • La Business Continuity viene considerata con notevole interesse dalle aziende, anche se per la maggior parte di esse il BCM è ancora nelle prime fasi di attuazione.
  • Tutte le aziende hanno una qualche forma di pianificazione relativa alla continuità e al ripristino in ambito IT.
  • La maggior parte delle società perseguono programmi di gestione del rischio in senso più ampio, per motivi di conformità normativa.
  • Le risorse limitate (denaro e risorse umane) e la mancanza di competenze hanno rallentato l’attuazione del BCM. Le aziende sono riluttanti a investire in costose misure di prevenzione nell’ambito delle loro attività ‘just-in-case’.
  • Sono disponibili strumenti per facilitare l’attuazione del BCM (ad esempio, gli standard BS e ISO), ma non sono molto utilizzati, spesso perché i manager non sono a conoscenza della loro esistenza.

E nel nostro Paese, qual è lo stato dell’arte del BCM nella filiera agroalimentare?

Conoscete aziende del settore che abbiano adottato un piano di Business Continuity?

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